L’Enduro non è morto. Ma deve tornare a essere Enduro.

La chiusura della UCI Enduro World Cup, almeno nella forma che abbiamo conosciuto fino al 2026, non è una semplice notizia di calendario. Per chi guarda l’enduro da fuori può sembrare uno spostamento di equilibri, una sigla che cambia, una disciplina che esce da un contenitore per entrare forse in un altro. Per chi invece questo sport lo vive ogni giorno, è qualcosa di molto più profondo: è un capitolo che si chiude mentre ci sono ancora furgoni da caricare, bici da preparare, ragazzi da accompagnare, trasferte da organizzare e percorsi sportivi da tenere in piedi. Non è la fine dell’enduro, ma è sicuramente uno di quei momenti in cui una disciplina deve fermarsi e chiedersi che cosa vuole diventare.

A commentare questo passaggio è Fabio Gioiellieri, team manager di AppenninoBike e istruttore MTB qualificato. La sua riflessione nasce da un punto di vista molto concreto: quello di chi l’enduro non lo vive solo attraverso risultati, classifiche e comunicati, ma dentro ai paddock, nelle scuole MTB, nei camp, negli allenamenti, nelle gare giovanili e in tutto quel lavoro quotidiano che serve per trasformare una passione in un percorso sportivo vero. Secondo Fabio, negli ultimi anni l’enduro è stato spesso spinto verso un modello che non gli apparteneva fino in fondo, come se dovesse somigliare a discipline più facili da raccontare e da vendere.

La downhill ha una struttura immediata: una pista, una partenza, un arrivo, pochi minuti di gara e un prodotto molto chiaro da seguire. Il cross country vive su circuiti ripetuti, passaggi continui e dinamiche più leggibili per il pubblico. L’enduro nasce invece da un’altra identità: territorio, trasferimenti, prove speciali lontane tra loro, gestione fisica e mentale, scelte tecniche, attese, errori, ripartenze e giornate intere passate dentro la gara. È più difficile da raccontare, certo, ma difficile non significa impossibile, significa che non puoi trattarlo come qualcosa che non è.

Il valore dell’enduro non sta soltanto nella speciale più spettacolare o nel minuto buono da mettere negli highlights. Sta nel lavoro che succede prima e dopo: il meccanico che prepara la bici, il rider che controlla pressioni e materiali, il team manager che prende decisioni, il giovane che impara osservando i più esperti, la lucidità da mantenere dopo ore di fango, freddo, caldo, attesa e fatica. È lì che questo sport trova la sua vera identità, ed è proprio lì che avrebbe bisogno di essere raccontato con più attenzione.

In questi anni qualche intuizione positiva c’è stata. La prova in notturna di La Thuile, per esempio, ha creato un’immagine nuova e potente, dimostrando che anche l’enduro può generare spettacolo quando lo spettacolo nasce dalla sua natura e non da una forzatura. Anche alcune scelte di commento e racconto hanno funzionato, ma secondo Fabio è mancata una visione continua, capace di far crescere davvero la disciplina e i suoi protagonisti. Per troppo tempo il racconto dell’enduro si è appoggiato quasi sempre agli stessi volti: Richie Rude, Jesse Melamed, Jack Moir, Greg Callaghan, Sławomir Łukasik. Campioni enormi, nomi che hanno costruito la storia recente di questo sport e che meritano rispetto, ma uno sport che vuole andare avanti non può vivere soltanto della generazione che lo ha reso grande.

Mentre la narrazione restava ancorata a quei nomi, stava crescendo altro. Stavano arrivando rider giovanissimi, atleti capaci di affacciarsi subito ad altissimo livello, categorie Junior che avrebbero meritato più spazio e team che stavano costruendo percorsi importanti. Fabio cita Tarmo Ryynänen e Gabriel Sainthuile come esempi di ragazzi capaci di lasciare un segno forte in Coppa del Mondo, ma raccontati troppo poco e troppo in fretta: qualche immagine, due domande, poi di nuovo nell’ombra. Eppure il futuro di uno sport passa proprio da lì, dalla capacità di costruire volti nuovi prima ancora che diventino campioni affermati.

Questo discorso pesa ancora di più se guardiamo all’Italia, perché nel 2026 l’enduro italiano non è stato una comparsa. Mirco Vendemmia ha continuato a essere un riferimento vero, chiudendo la stagione di Coppa del Mondo con il 13° posto assoluto nella generale Elite e firmando a Morillon un altro risultato importante con il 7° posto Elite Pro.

Poi c’è Lorenzo Cesari, che con AppenninoBike ha scritto una pagina di storia italiana: 3° nella categoria Juniores a Morillon e 3° nella classifica generale Junior di Coppa del Mondo. Un risultato enorme per lui, per il team e per tutto il movimento italiano, perché non racconta soltanto un podio, ma un percorso fatto di crescita tecnica, gare giovanili, trasferte, fiducia, errori e persone che hanno continuato a crederci anche quando certi traguardi sembravano lontani. Un ragazzo che arriva sul podio mondiale Junior non nasce dal nulla: nasce da una filiera, e quando una filiera italiana riesce a portare un giovane fino a lì, quel risultato dovrebbe diventare patrimonio di tutti.

La Val di Fassa ha aggiunto un altro segnale fortissimo con il podio Elite di Tommaso Calonaci e Tommaso Francardo. Due italiani sul podio in una tappa di Coppa del Mondo Enduro non sono una bella notizia da consumare in un weekend, sono qualcosa di enorme per tutto il movimento. Calonaci ha sfiorato la vittoria, Francardo ha confermato solidità e maturità da atleta di primissimo livello e, in una gara complicata dalle condizioni meteo, l’Italia è salita davanti a tutti. Per chi lavora dentro questo sport, risultati così sono benzina, perché dimostrano che l’Italia non sta solo partecipando: sta producendo atleti, storie, risultati e futuro.

Proprio per questo la chiusura della Coppa del Mondo arriva in un momento delicato. Non perché da domani l’enduro sparirà, e nemmeno perché tutto il valore di un progetto dipenda da una sigla internazionale, ma perché una struttura di riferimento cambia forma proprio mentre una generazione sta crescendo. Per AppenninoBike la Coppa del Mondo è stata una vetrina importante, un obiettivo alto e il punto più ambizioso di un percorso più ampio, ma il cuore del progetto è sempre rimasto nella scuola MTB, nei giovani, nei camp, negli eventi, nelle gare regionali e nazionali, nel lavoro quotidiano sul territorio e nella possibilità di accompagnare ragazzi e ragazze passo dopo passo dentro lo sport.

È questo il percorso che i partner scelgono di sostenere: non una singola gara, non solo una classifica e non soltanto il risultato della domenica, ma un progetto sportivo reale, fatto di formazione, crescita, contenuti, territorio, continuità e possibilità concrete. Se il calendario internazionale cambierà, AppenninoBike adatterà obiettivi, strategie e programmi, ma non cambierà la sostanza del proprio lavoro: continuare a creare occasioni per far crescere gli atleti, portarli in gara, farli confrontare, educarli allo sport e dare loro una strada.

Da qui nasce la domanda più importante: che cosa deve diventare l’enduro da qui in avanti? Una nuova serie, un nuovo format o un nuovo organizzatore potranno avere senso solo se saranno pensati davvero per questa disciplina. Servono paddock ordinati, sostenibili, con spazi adeguati, servizi reali e costi sensati; servono condizioni che permettano ai team di lavorare in modo professionale, accogliere atleti, tecnici, famiglie e partner, creare contenuti e raccontare il proprio progetto. Morillon, da questo punto di vista, ha dimostrato che qualcosa si può fare: quando il paddock funziona, cambia anche la qualità del lavoro di chi c’è.

Serve anche un rapporto più concreto con i marchi tecnici presenti agli eventi. Se Shimano, SRAM o altri grandi brand sono nel paddock, la loro presenza deve avere un valore reale anche per chi corre, perché in una disciplina dove materiali, freni, gomme, trasmissioni e setup possono cambiare una giornata, l’assistenza tecnica non è un dettaglio. Ma soprattutto serve un racconto più vero: meno format copiati da altre discipline e più attenzione a ciò che rende l’enduro riconoscibile, dai team manager agli Junior, dai meccanici agli atleti emergenti, dalle condizioni difficili alla fatica che precede e segue ogni prova speciale.

Una tappa come Leogang, con atleti costretti a gareggiare in condizioni durissime, avrebbe meritato un racconto all’altezza della fatica che chiedeva. Perché lì c’è una parte profonda dell’enduro: la capacità di resistere quando la gara non è più soltanto velocità, ma gestione, tenacia e lucidità. Fabio usa un paragone molto chiaro: nelle moto, la Dakar non è la MotoGP; nelle auto, il rally non è la Formula 1. Non sono mondi migliori o peggiori, sono sport diversi, con linguaggi diversi. L’enduro deve avere il coraggio di fare lo stesso, smettendo di farsi giudicare con categorie che non gli appartengono e tornando a correre con la propria grammatica.

Anche il format sportivo andrà ripensato con coerenza. Nelle località con impianti, per esempio, sarà necessario valutare meglio quanto far dipendere la gara dalle risalite meccanizzate. Usarle in prova può avere senso, ma se un temporale rischia di cancellare mezza giornata perché gli impianti si fermano, allora qualcosa va rivisto. L’enduro dovrebbe premiare completezza, adattamento e resistenza, non diventare fragile proprio nel momento in cui le condizioni cambiano.

La chiusura della World Cup fa male, sarebbe inutile fingere il contrario, perché chiude un riferimento e lascia domande aperte a chi deve programmare stagioni, obiettivi e percorsi di crescita. Ma può anche diventare un’occasione per correggere la rotta e chiedersi finalmente che cosa serve davvero all’enduro per vivere, crescere e continuare a produrre atleti. Per AppenninoBike, intanto, la linea resta chiara: la stagione continua con il focus sul Campionato Italiano e sul Campionato del Mondo, gli impegni presi saranno rispettati fino in fondo e, dal prossimo anno, le scelte verranno fatte in base ai calendari e alle opportunità che si apriranno.

Proprio adesso il lavoro sui giovani diventa ancora più importante. Quando un sistema cambia, la risposta non può essere smettere di costruire, ma costruire meglio: continuare a proporre sport, organizzare camp, creare eventi, portare ragazzi e ragazze in gara, dare loro riferimenti, responsabilità, esperienze e obiettivi. Il prossimo anno AppenninoBike avrà anche la prima ragazza del team in gara, un altro segnale concreto di un progetto che non si ferma alla superficie. La storia recente lo dimostra: AppenninoBike ha creduto nell’enduro anche durante il Covid, quando tutto sembrava bloccato, e proprio da quel periodo sono arrivati alcuni dei risultati giovanili più importanti, con tre maglie di campioni italiani nelle categorie giovanili.

Fabio non parla da chi vuole arrendersi, ma da chi sa che i momenti difficili possono diventare passaggi di crescita se vengono affrontati con lucidità. L’enduro è già sopravvissuto a stagioni complicate, stop, incertezze e ripartenze; può sopravvivere anche a questa fase, ma non può farlo tradendo se stesso. La Coppa del Mondo Enduro, così come l’abbiamo conosciuta, finisce nel 2026. L’enduro, invece, resta nei ragazzi che stanno crescendo, nei team che continuano a partire, nei paddock prima dell’alba, nelle bici sporche dopo ore di gara, nei camp, nelle scuole MTB, nelle famiglie, nei sentieri, nei territori e in chi lo vive anche quando non c’è una telecamera accesa.

Il prossimo capitolo funzionerà solo se avrà il coraggio di partire da qui. Non serve trasformare l’enduro in qualcosa che non è: serve lasciarlo correre con la sua identità.

recap della gara

Vendemmia Mirco – 7° Elite Pro
Cesari Lorenzo – 3° Juniores Pro
Tortora Daniel – 55° Elite Pro
Melloni Matteo – 104° Elite Pro
Zinutti Davide – 28° Juniores Pro
De Leo Luca – 58° Open Elite

FOTO DI GARA

cesari lorenzo 3° classificato UCI Junior world cup
foto di squadra
DAniel tortora | Presentazione maglie special canazei
Lorenzo cesari | Presentazione maglie special canazei
team in action durante le prove
fassa bike district
vendemmia in action
melloni in action